Non solo in Italia: negli Usa sono crollati 1062 ponti in 32 anni.

 La vita di un ponte è legata a numerose variabili che, se sommate o mal combinate tra loro, possono portare talvolta al collasso della struttura.

Chi progetta, quindi, lavora con un metodo che accetta sempre una probabilità di rottura».

Solo negli U.S.A sono crollati 1062 ponti in 32 anni un dato pubblicato sul Sole24ore, di certo non è una giustificazione a quanto è successo.

I ponti hanno bisogno di una continua manutenzione e di monitoraggio continuato, nel caso del ponte di Moranti c’erano delle crepe larghe sufficientemente in grado di permettere le infiltrazioni di acqua arrivando direttamente al ferro armato corrodendolo e dunque c’è stato la rottura della struttura stessa.

 Normalmente se c’è un errore progettuale di calcolo, oppure si è sbagliato non considerando delle fasi transitorie, oppure è intervenuto un problema legato alla geotecnica, cioè al terreno, come è successo recentemente in Sicilia. In questi casi i problemi si evidenziano nei primi anni di vita della infrastruttura.

Quando gli anni trascorsi dalla costruzione sono molti, invece, iniziano ad apparire i due guai più pericolosi per qualunque ponte: da un lato l’incremento dei carichi, dall’altro il problema del degrado.

Nel tempo, tutte le strutture tendono ad essere maggiormente caricate, ma la loro capacità resistente diminuisce.

Il problema non è il calcestruzzo, dal 1980 a oggi il calcestruzzo ha quadruplicato la sua capacità resistente: oggi, in laboratorio, gli ingegneri sono in grado di creare miscele di calcestruzzi a 300 megapascal in compressione, quando l’acciaio normale da profili resiste nell’armamento a 235.

Certamente una politica strategica urbanistica: diminuire il carico di alcune infrastrutture ne allunga la vita.


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